Tecnici , manager, specialisti, archeologi :
la Rete degli italiani che cercano di partire
L'odissea dei dipendenti Ericsson, gli studiosi in pieno deserto e i 200 bloccati a Misurata. Ecco i loro messaggi al Corriere e agli amici. Via email, Skype, chat e blog
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Tecnici , manager, specialisti, archeologi :
la Rete degli italiani che cercano di partire
L'odissea dei dipendenti Ericsson, gli studiosi in pieno deserto e i 200 bloccati a Misurata. Ecco i loro messaggi al Corriere e agli amici. Via email, Skype, chat e blog
MILANO - Nel caos d'informazione, la linea che Corriere.it ha aperto per i messaggi è diventata un tramite tra parenti e amici (si sentono sollevati quelli dei dipendenti Augusta, arrivati dopo non poche difficoltà in Italia). Le loro richieste, gli appelli degli amici sono anche quel poco che si riesce a saper di quanto avviene. E che succede a chi non riesce a partire. Gli ultimi messaggi sono di Umberto: «La missione archeologica "The Messak Project" ancora non sa quando partirà dal posto in cui si trova verso Tripoli. Praticamente non sanno come arrivare a Tripoli. Per noi qui in Italia è impossibile riuscire a parlare con qualcuno dell'Unità di Crisi». Carmine, invece, scrive: «Archeologi Acacus La missione archeologica italiana della Sapienza è a 800 km da Tripoli ai confini con l'Algeria». Folla fuori dall'aeroporto di Tripoli (Reuters)
MISURATA - Marco aveva lanciato un'allerta: «Ci sono 200 italiani abbandonati a Misurata. Tramite Skype ricevo un accorato appello da uno dei 200 italiani bloccati a Misurata perché qualcuno faccia in modo di portarli via da li. Riferiscono di bande armate libere di scorrazzare con armi e nessuno che li possa tutelare da possibili irruzioni». E nulla è ancora cambiato al momento in cui, contattato via mail, Marco ci risponde: «A Misurata la situazione non è cambiata. Ci sono circa duecento italiani di quattro società bloccati nella prima periferia. Riusciamo a fatica a comunicare via Skype. Stamattina mi hanno informato che finalmente qualcosa a livello organizzativo si sta muovendo ma non sappiamo ancora in che modo e con che tempi. Le persone sono molto provate dalla situazione Confermo pienamente quanto letto in altri post sull'inefficienza fino ad oggi dimostrata».
UN TELEFONO IN 11 - Dipendenti Ericsson: già dal primo giorno Claudia Rocchini s'era presa il fardello di fare da tramite con gli 11 italiani che vivono nel Campus a 25 chilometri da Tripoli (5 dall'aeroporto) e il mondo. Questo era il suo messaggio: «Dipendenti Ericsson bloccati a Tripoli Dal blog di Adolfo Trinca, dipendente Ericsson bloccato nel campus a Tripoli, aggiornamenti in tempo reale: http://www.adolfo.trinca.name/wordpress/ scrivete nei commenti se volete notizie di altri di Ericsson». In realtà l'aggiornamento non è continuato a lungo. Le linee sono saltate. Lo stesso Adolfo Trinca consulente Ericsson, in Libia da una decina di giorni, chiedeva a chi riusciva a leggerlo di postare i suoi messaggi su Facebook. Lui non ci riusciva più. Quelle che sono continuate con Claudia sono state le telefonate attraverso il cellulare libico. «Quello italiano non funziona dal primo giorno». Claudia, fotogiornalista di una rivista, Fotografia Reflex, e Adolfo consulente informatico con la passione per la foto e un blog (non solo reflex): un'amicizia nata attraverso la fotografia e la Rete. I contatti sono rari e veloci: c'è un telefono per 16 persone. Chiamano loro e spengono per paura di restare senza carica. Code e attese all'aeroporto di Tripoli (Reuters)
IN AEROPORTO - Quella dei collaboratori della Ericsson si sta trasformando in una via crucis: «Per tre volte sono arrivati all'aeroporto e per altrettante sono dovuti tornare indietro» ha racconto Adolfo. Anche oggi, mercoledì mattina, sono andati all'aeroporto. L'aereo doveva partire alle 11. L'ultima notizia è che sono ancora a terra». Partiranno. «Non si sa se su un aereo Alitalia o un aereo militare», racconta Adolfo. Nel primo caso atterrano a Fiumicino, nel secondo a Pratica di Mare. L'attesa è lunga. E sarebbe la terza volta che si recano all'aeroporto, bagagli (pochi) alla mano. «Ieri sera mi ha detto che erano previsti quattro 777 da 280 posti e che avevano ricevuto indicazioni di lasciare tutti i bagagli» racconta Claudia. «In aeroporto ci sarebbero due incaricati della Farnesina in attesa di far imbarcare lui e i 15 colleghi di Sony Ericsson. Il problema è che l'aereoporto è un campo profughi ormai, ed è difficilissimo riuscire a entrare nella struttura così come telefonare». Quello che manca, raccontano, sono le direttive dall'Italia più che la scarsa assistenza dall'Ambasciata, non la mancanza di volontà dei funzionari. Le indicazioni, ogni volta sono state di «tentare di raggiungere l'aereoporto con i propri mezzi e da lì attendere. Oppure di non uscire di casa».
«L'ambasciata non è in grado di fornire scorta o assistenza nel tragitto per l'aereoporto», spiega Adolfo che ha raccontato come da tre giorni tentano invano di entrarci. «La struttura non è presidiata dall'esercito ma da personaggi armati, non in divisa». Adolfo e i colleghi non dispongono di scorta armata ma di un semplice «driver», un libico stipendiato dall'azienda, ma niente di più.
«PROTETTI» DAL DESERTO - A mandare il messaggio sul forum è la sorella di Lucia Cavorsi. In pieno deserto, nel Messak al confine algerino, c'è la missione archeologica Acacus, finanziata dall'Eni. «Sono lontani dai moti ma anche da servizi e vie di comunicazione», dice la sorella di Lucia. Per loro, raccontano, il problema da alcuni giorni è raggiungere Tripoli. A 800 chilometri dalla capitale, sono isolati. Ma se si muovono verso Tripoli, rischiano di attraversare un inferno. Il "prof" tiene i rapporti con la Farnesina e l'Eni. Questa l'ultima mail inviata da Lucia Cavorsi, archeologa dell Acacus, il 21 febbraio: «Ehi ciao! qui tutto ok. Hanno staccato Internet e comunicazioni satellitari, ma di mattina presto qualche mail si può mandare. Aspettiamo indicazioni dall'ambasciata per sapere cosa fare e quando andare via. Per il momento restiamo qui che, dicono, sia il posto più sicuro ora in Libia. Baci». Foto di archivio dal sito Eni, missione Acacus
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